Io sono Ubik

Ubik, per tutte le evenienze, per tutte le esigenze. Innocuo se usato secondo le istruzioni.

«Io sono Ubik. Prima che l’universo fosse, io ero. Ho creato i soli. Ho creato i mondi. Ho creato le forme di vita e i luoghi che esse abitano; io le muovo nel luogo che più mi aggrada. Vanno dove dico io, fanno ciò che io comando. Io sono il verbo e il mio nome non è mai pronunciato, il nome che nessuno conosce. Mi chiamo Ubik, ma non è il mio nome. Io sono e sarò in eterno»

Scritto nel 1969 sotto l’uso massiccio di anfetamine è considerato uno dei migliori romanzi di Philip K. Dick. C’è di tutto: viaggi sulla luna, poteri ESP, vita (o meglio, sospensione della morte) ed anche la ricerca di qualcosa che vada oltre, che nel libro si sovrappone al consumismo delle Masse che negli anni ’60 iniziava a dare – in America – i primi sintomi della sua imperfezione.

In un mondo dove tutto è altamente avanzato, tutto governato secondo le leggi del mercato e dal mercato plasmato, gli oggetti regrediscono: i videotelefoni si trasformano in vecchi telefoni di bachelite, i moderni razzi diventano aerei a elica, le automobili tornano agli anni ’30, le merci deperiscono. Un senso di morte pervade tutto.

L’installazione “Io sono Ubik” prende spunto da un quesito:

Quando tutto quello che ci circonda ci definisce, chi siamo davvero Noi?  Quando quello che pensavamo ci definisse, si rivela anch’esso imperfetto e finito, a chi dovremmo rivolgerci?

Se la risposta giusta è “Io sono vivo, voi siete morti!” allora forse più che a Ubik dovremmo guardare a noi stessi e alla centralità dell’uomo.

Forse Ubik siamo Noi.

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Dies Irae